Ortopedia

Guido Cantalamessa

La protesi dell'anca: Come comportarsi dopo una simile operazione

Indirizzo
Via del Pergolino 4/6
Firenze (FI)
Telefono
055/4296222
Email
guido.cantalamessa@alice.it

Dottor Cantalamessa, per cominciare e per avere un quadro di insieme generale, ci può  fare una panoramica sulle tipologie di protesi  dell’anca che esistono?

Esistono diverse tipologie di protesi dell’anca: dal punto di vista della filosofia costruttiva, per il tipo di impiego prevalente e a seconda delle  diverse case costruttrici.
Schematicamente e sostanzialmente, possiamo suddividerle in cementate e non cementate. Le protesi cementate hanno ormai solo un impiego  di nicchia, riservato alle procedure di revisione
protesica o se siamo in presenza di un  osso porotico, per ottenere una fissazione precoce.

Le protesi non cementate, di diversi design e diverse lunghezze (taglie), sono impiegate invece  attualmente nella maggior parte dei casi  e la loro filosofia è basata sostanzialmente sul cosiddetto “press-fit”, ovvero un incastro immediato a pressione, col presupposto che in tempi  successivi, più o meno lunghi, l’osso del paziente  cresca riuscendo ad abitarle, fino a bloccarle in maniera definitiva nella sede in cui sono state primariamente applicate... che poi il tessuto osseo  del paziente “malato” in una persona al di
fuori della cosiddetta “età dello sviluppo” debba  crescere, magari velocemente e magari in grande  quantità, ovviamente è tutto da vedere. In  altre parole non è quantificabile quella che sarà la reazione di ogni singolo organismo. Le leghe metalliche e le loro superfici, generalmente porose, negli ultimi anni sono state perfezionate  proprio al fine di permettere tali processi di cosiddetta  “osteointegrazione”.
Le cosiddette “superfici di accoppiamento”  (testina e coppa) sono poi l’altro punto critico  dell’impianto protesico, in quanto soggette a fenomeni  di carico, di usura e anche di corrosione  nel tempo, soprattutto se sovrasollecitate.
In definitiva i complessi protesici sono sempre dei materiali estranei per l’organismo, per cui non è detto che questo li debba obbligatoriamente  tollerare sia nel breve che nel lungo termine.
Non è detto che un impianto che venga applicato ad un paziente, ad esempio di quarant’anni,  debba risultare ugualmente adeguato
quando lo stesso paziente sarà più vecchio, per esempio a ottant’anni, anche per il prevedibile cambiamento delle caratteristiche morfo-strutturali  a cui detto impianto è “attaccato”.
Dopo una simile operazione, i recuperi sono completi? Si può tornare a svolgere le attività  che venivano compiute prima? E quali
sono, invece, i movimenti che lei sconsiglia vivamente ai suoi pazienti operati?
A chi mi chiede (in pratica tutti i pazienti) “posso tornare a fare tutto quello che facevo prima?”, io rispondo sempre: “Sì, tanto lavoriamo molto  bene anche sulla ricambistica...”. È una battuta
per spiegare come tutto ciò che vada oltre un’attività,  definiamola “light”, incida negativamente sulla longevità della protesi nel suo complesso.  La durata di una protesi infatti è comparabile con quella di un’automobile, ovvero dipende sia dalla qualità dell’automobile, ma molto anche  da come la si tratta. Sicuramente le performances attuali degli impianti protesici sono estremamente  migliorate rispetto al passato, ma, rimanendo   in un parallelo motoristico, sono come gli abitacoli delle automobili: ovvero, non sono  primariamente ideati per “andarci a sbattere”.
Per cui, se il paziente fosse così garbato da non sottoporre la protesi e il proprio scheletro ove questa è impiantata ad attività martellanti, stressanti  e torcenti, l’impianto non avrebbe che da
guadagnarci in termini di complessiva longevità.
Raccomando inoltre al paziente di non mettersi in situazioni di potenziali cadute accidentali, come, ad esempio, camminare su terreni sconnessi o scivolosi. A tutte le domande che mi  vengono regolarmente poste dopo l’operazione: posso andare a funghi? Posso tornare a sciare?  Posso arrampicarmi sull’ulivo? E chinarmi per  giocare con i nipotini?

A tutte queste domande, quindi, la risposta è: “ni”, perché sono situazioni  di precario equilibrio, con il rischio (alto) di frattura  dell’osso e (basso) di lesione della protesi.
Dopo un intervento di protesi dell’anca, inoltre, è necessario non considerare solo le proprie capacità ed il proprio raziocinio, ma bisogna anche  pensare alle interazioni con le altrui gestualità e movimenti, come nell’andare in bicicletta, nel guidare la motocicletta o nel portare fuori il cane a guinzaglio, in quanto ci possono essere delle  situazioni di collisioni esterne da parte altrui.
In definitiva, la moderna tecnica chirurgica e i nuovi materiali impiantabili fanno sì che in numerosi  casi il soggetto sia in grado, in tempi  brevi, di camminare, anche senza bastoni, di effettuare lunghe passeggiate e di guidare la macchina. Ma il tutto con la raccomandazione di  porre la massima attenzione, non solo a sé, ma  anche agli altri.