Ortopedia

Prof. Piero Garosi

La riprotesizzazione dell'anca: quando si devono sostituire le componenti proteiche

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Empoli (FI)
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pierogarosi@tiscali.it

Abbiamo intervistato su questo argomento il Prof. Piero Garosi, Presidente della Società Italiana dell’Anca e Direttore Scientifico dell’Associazione Italiana Riprotesizzazioni (Unità di Chirurgia Protesica, presso l’Ospedale C.F.O. di Sesto Fiorentino)

Professore, cosa si intende per riprotesizzazione?

Per riprotesizzazione dell’anca si intende la sostituzione di una o di ambedue le componenti protesiche.

Perché queste componenti devono essere sostituite?

I motivi che portano alla sostituzione delle componenti sono dovuti alla mobilizzazione di una o di ambedue le componenti, cioè al loro scollamento dall’osso che può essere secondario “all’invecchiamento - usura” degli impianti, un tempo più frequenti perché cementati, o per motivi traumatici. Altra causa di riprotesizzazione sono le lussazioni recidivanti, la rottura di una delle componenti protesiche o, evento più recente, la liberazione di ioni metallici nell’accoppiamento metallo-metallo.

Quali sono i sintomi della mobilizzazione?

Il primo segnale che può indicare che la protesi è da sostituire è il dolore determinato dal movimento che inizia a crearsi tra osso e protesi: nella zona del movimento l’osso inizia a riassorbirsi, cioè ad indebolirsi e talvolta a scomparire. Quando la mobilizzazione è a livello della componente femorale, il dolore è abbastanza precoce ed è avvertito sul davanti della coscia in diverse situazioni (rialzandosi da una seduta bassa, camminando, dopo centinaia di metri o già ai primi passi…) e in questo caso il paziente si rivolge quasi subito all’ortopedico. Purtroppo, quando la mobilizzazione è a livello dell’acetabolo, la sintomatologia è scarsa o addirittura assente fino a quando la mobilizzazione non ha creato gravi danni all’osso dell’acetabolo. Non avvertendo dolore, il paziente non si rivolge all’ortopedico e l’eventuale danno osseo si aggraverà, rendendo l’intervento più complesso. Da ciò il consiglio di eseguire un controllo clinico e radiografico ogni due anni, per individuare precocemente eventuali segni iniziali di mobilizzazione.

Cosa cambia rispetto all’intervento di primo impianto?

Rispetto alla chirurgia di primo impianto, la sostituzione della protesi è inevitabilmente un intervento più impegnativo e complesso per le difficoltà che si possono incontrare nella rimozione delle precedenti componenti protesiche e nella successiva riprotesizzazione. Le problematiche più comuni di questo tipo di chirurgia sono legate alla perdita ossea, per la quale si rende quasi sempre necessario l’utilizzo di trapianti d’osso di banca per ricostruire l’osso mancante soprattutto a livello dell’acetabolo. Per quanto riguarda le nuove componenti protesiche utilizzate saranno particolari e diverse da caso a caso: per questo il Chirurgo dovrà avere a disposizione più modelli protesici per poter affrontare ogni evenienza e complicazione che può verificarsi in corso di intervento. Ecco perché è consigliabile che, il paziente che deve sottoporsi a questo tipo di intervento, si rivolga a strutture in cui esiste un blocco operatorio tecnologicamente all’avanguardia, con annesso un reparto di sub-intensiva ed una multidisciplinarietà professionale: équipe chirurgica ed anestesiologica di grande esperienza in questo tipo di interventi, chirurgo vascolare, internista, istopatologo, batteriologo, microbiologo ecc, in modo da poter far fronte a qualsiasi evenienza in corso di intervento e nell’immediato post-operatorio.

Qual è il decorso post-operatorio del paziente dal punto di vista riabilitativo?

Il decorso post-operatorio nei giorni successivi all’intervento varia da paziente a paziente in funzione di ciò che il chirurgo ha potuto realizzare in corso di intervento. È comunque importante che il paziente sia seguito da fisioterapisti abituati a trattare questi pazienti in stretto contatto con l’équipe chirurgica.